Mostrando entradas con la etiqueta literatura. Mostrar todas las entradas
Mostrando entradas con la etiqueta literatura. Mostrar todas las entradas

jueves, 18 de junio de 2026

L'argine de Daniela Targa

                                   L’ARGINE                                       Daniela Targa 

 

 

Un giorno mi alzai più stanca del solito: avevo dormito poco e male, ero nervosa, non conoscendone il motivo. Forse perché la cagnolina dei vicini aveva abbaiato tutta la notte. Si dice che i cani non abbaino mai per nulla, ma quella mattina ebbi qualche dubbio. Quel dì la mia consueta camminata fu in solitaria: mia sorella era partita per Milano e sarebbe tornata soltanto il giorno dopo. Assaporai a pieni polmoni l’aria dell’alba di febbraio, pulita, fredda e tutto attorno regnavano il silenzio e le tenebre del riposo invernale. Mi diressi verso l’argine del grande fiume su cui erano solite passeggiare molte persone. Percorsi via della Torre, dove si stagliavano quattro maestosi pioppi, in quel momento spogliati dalle loro fronde, ma che concedevano la loro piacevole ombra nei giorni estivi a coloro che si sedevano nelle panchine sottostanti. La via prendeva il nome dal monumento vicino. La torre risaliva al 1200 ed era ciò che rimaneva di un castello estense che successivamente la famiglia Morosini di Venezia trasformò nella loro villa.  

 La torre se ne stava solitaria, debolmente illuminata alla sommità, lei sempre immobile sopravvisse all’intenso bombardamento del 20 aprile 1945.Quella mattina all’alba non passò nessuno e io pensai di intraprendere il mio solito itinerario sull’argine dell’Adige. Vicino alla torre fui colta da un brivido e mi girai di scatto spaventata, ma non vidi nessuno… “Ma che diavolo ho oggi?” mi chiesi ancor più nervosamente. Salii sull’argine e, nonostante il buio, rimasi ferma ad osservare la corrente e i vortici del fiume. Credo che questo possegga un’anima: scorre da millenni continuamente senza sosta, e chi vi è entrato più volte, non si è mai immerso nella stessa acqua; come per l’uomo che si alza tutti giorni, ogni giorno non è mai lo stesso. L’acqua scorre e sa già dove andare, senza bisogno di chiedere informazioni, senza sentire l’esigenza di cambiare corso, senza bisogno di preoccuparsi del proprio aspetto e del proprio stato d’animo, se è stata sporca o limpida, se è turbolenta o placida; non cambia neppure quando qualche anima in pena decide di farne uso per por fine alla propria esistenza. L’acqua accoglie tra le sue braccia, accompagna e silenziosamente comprende senza giudicare… l’acqua trasporta la storia delle genti che abitarono le sue rive, accolse vite spezzate dalla guerra ed è una presenza discreta, purificante e talvolta severa e punitiva. 

 Quella mattina il fiume faceva da specchio magicamente alla luna piena e io provai un senso di pace. All’improvviso mi percorse il corpo un altro brivido, ancora! Gridai stizzita. Istintivamente mi girai di scatto e con la coda dell’occhio vidi sparire dietro di me una presenza oscura, incerta, inquietante, minacciosa, che non si palesò …. In quel momento il mio respiro divenne corto e affannoso, sentii aumentare il battito del mio cuore, non riuscii a pensare lucidamente, percepii qualcosa di terribile e mi sentii in pericolo. Mi girai di scatto e angosciata iniziai a correre e a correre, tornavo sui miei passi percorsi prima correndo a più non posso, il mio riferimento fu la torre, oh sì la torre! 

 Lei, imponente, stabile da centinaia di anni, unica certezza inamovibile in quel momento di caos. Il sudore mi imperlò la fronte, mai corsi così tanto, mica ero stata un’atleta! Mica avevo fatto le olimpiadi! Mi parve di morire, il fiato diminuiva sempre più e le ginocchia stavano per cedere…il mio obbiettivo fu la torre, diventò un punto di riferimento, un faro per me, come un marinaio che lo scorgeva in lontananza durante tempesta, affrontava il pericolo anche se parte della sua mente prendeva in considerazione che avrebbe potuto anche morire… 

Ma, percorrendo la curva dell’ansa fluviale, ricomparve quella presenza che avevo creduto, sbagliando, di avere seminato … 

 Mi assalirono mille dubbi, ma se avevo corso come una dannata com’era possibile che questa presenza potesse essere ancora qui? Io che superando i miei limiti credevo di aver rimosso le mie paure! Invece esse erano ancora con me? Chi era costei che mi inseguiva? Chi voleva malignamente spaventare a morte una donna che se ne andava tranquillamente a fare jogging? Qualcuno che voleva il telefonino, che voleva far del male? Un maniaco! Un ubriacone che non tornò mai alla propria dimora e se ne stava in giro dalla sera prima? Proprio quel giorno che ero da sola! Non ero mai da sola! ..... e corsi, corsi ancora più forte verso l’unica luce che vidi, verso la mia unica salvezza, la mia unica speranza. 

 La speranza, in quel momento fu la mia virtù e io sentii che nutriva il mio coraggio. Volli raggiungere la torre come se fosse un premio, un premio per la mia fatica, volevo porre fine alla mia angoscia come per un cristiano, che ha vissuto disonestamente e se ne pente, è attendere fiducioso la ricompensa eterna della luce divina.  Si, io sperai di arrivare presto alla torre, lei con la sua concretezza e maestosità secolare mi avrebbe concesso un sicuro rifugio. Corsi come un’atleta verso il traguardo che utilizzava ogni atomo di ossigeno disponibile, altrimenti che scopo avrebbe avuto vivere se gettavo la spugna subito? Io perfettamente cosciente arrancai terrorizzata, angosciata, ma dovevo assolutamente raggiungere il mio obbiettivo finale, il mio telos. Pensai solo alla mia sopravvivenza e corsi…  

 Fu in quel momento che mi resi conto di sentire solo il mio respiro, solo i miei passi sulla ghiaia, nessun altro rumore di respiri o di passi altrui... Coscientemente ragionai: se fosse stata una persona non avrebbe potuto volare a meno che non fosse stata un fantasma, uno zombie uscito dal vicino cimitero, un licantropo, se fosse stato un cinghiale, un grosso cane randagio, pure lui non avrebbe potuto sicuramente volare. Ma cos’era?  Se prima c’era stato, ora non c’era più. Un sogno? Un’incomprensibile allerta? Fu una situazione surreale e notai che il mio affanno era scomparso, e il mio battito quindi rallentò, i miei muscoli si rilassarono, scomparve lo stato adrenalinico di prima e camminavo sentendomi così leggera e liberata come non lo ero stata mai. In pochi minuti passai dalla paura intensa alla calma così in fretta che mi sentii disorientata. 

 Con una strana calma avanzai sul ghiaino, come sempre, godendomi la brezza su viso accaldato e spogliatami della giacca, cercai refrigerio dopo la fatica…e non mi sentii più sola. Davanti a me procedeva qualcuno. Qualcuno che mi concesse la sua compagnia, qualcuno che avanzò con il mio stesso passo regolare, e si palesò in quell’entità che pochi minuti prima, stava per farmi morire. Dietro di me uno stupendo plenilunio illuminava ciò che le tenebre di solito nascondono: mi apparve ciò che un’intera vita può tenere nascosto ma che si comprende con il tempo e allora capii. 

 La luna era lì imperiosa, mi guardava e anche se non brillava di luce propria, continuava a governare le maree, a rappresentare il culmine della femminilità, e mi apparì come un rischiarante mistero. Lei fredda e distante, mi evocò solitudine ma allo stesso tempo mi rese più consapevole...  

 Lei che prima aveva alimentato le mie paure, liberò il mio lato oscuro formato da insicurezze, poi, mi illuminò rassicurandomi e mi accompagnò nel cammino, disinteressata. 

 Proprio lei favorì quella presenza inquietante! Quell’entità che compare solo in presenza di qualcos’altro di superiore. Un’entità formata di nulla, senza una vita propria autentica, alla continua ricerca di un io omologato alla massa. È quell’entità che mi ha affaticato emotivamente con inesistenti pericoli e per causa sua sono stata in guardia, come un cavaliere con la propria spada sguainata. 

 Ciò che mi turbò così intensamente non fu un’entità esterna. Improvvisamente mi venne in mente una citazione di G. Faletti che diceva così “: cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere cos’è la vita.”  

 Ad un certo punto arrivai alla torre ….Mi fermai, e anche “lei” si fermò, muta, cieca, sorda. 

 Ma io non la vidi più come un pericolo, la vidi solo come una parte di me che non volevo guardare. 

 E arrivò il sole. 


Autora: Daniela Targa

Copyright.

 


 

 

L'Argine De Daniela Targa

 

EL RENDABORDE                                                                                                     Daniela Targa

 

Un día me desperté más cansada de lo normal: había dormido poco y mal, y estaba nerviosa, sin saber por qué. Quizás era porque el perro del vecino había ladrado toda la noche. Dicen que los perros nunca ladran sin motivo, pero esa mañana tenía mis dudas. Ese día, mi paseo habitual fue en solitario: mi hermana se había ido a Milán y no regresaría hasta el día siguiente. Respiré el aire fresco y frío del amanecer de febrero, rodeada por el silencio y la oscuridad del descanso invernal. Me dirigí hacia el terraplén del gran río, donde mucha gente solía pasear. Caminé por Via della Torre, donde se alzaban cuatro majestuosos álamos, ahora desprovistos de ramas, pero que ofrecían una agradable sombra en los días de verano a quienes se sentaban en los bancos de abajo. La calle tomaba su nombre del monumento cercano. La torre databa del siglo XIII y era todo lo que quedaba de un castillo Este que la familia Morosini de Venecia transformó posteriormente en su villa.

La torre se erguía solitaria, tenuemente iluminada en la cima; permaneció inmóvil, sobreviviendo al intenso bombardeo del 20 de abril de 1945. Esa mañana al amanecer, nadie pasó, y decidí tomar mi ruta habitual a lo largo del terraplén del Adige. Cerca de la torre, sentí un escalofrío recorrerme y me giré asustado, pero no vi a nadie... "¿Qué diablos me pasa hoy?" me pregunté aún más nervioso. Subí al terraplén y, a pesar de la oscuridad, me quedé quieto, observando la corriente y los remolinos del río. Creo que posee un alma: ha fluido continuamente durante milenios, sin detenerse, y cualquiera que haya entrado en él varias veces nunca se ha sumergido en la misma agua; al igual que para el hombre que se levanta cada día, cada día nunca es igual. El agua fluye y ya sabe adónde ir, sin necesidad de pedir indicaciones, sin sentir la necesidad de cambiar de curso, sin necesidad de preocuparse por su aspecto o su estado de ánimo, si ha estado sucia o clara, si es turbulenta o plácida; No cambia ni siquiera cuando un alma atormentada decide usarla para acabar con su propia existencia. El agua acoge en sus brazos, acompaña y comprende en silencio, sin juzgar... El agua lleva consigo la historia de quienes habitaron sus orillas, acogió vidas destrozadas por la guerra, y es una presencia discreta, purificadora y, a veces, severa y punitiva.

Esa mañana, el río reflejaba mágicamente la luna llena, y sentí una paz profunda. De repente, otro escalofrío me recorrió el cuerpo, ¡otra vez! Grité con fastidio. Instintivamente, me giré bruscamente, y por el rabillo del ojo vi una presencia oscura, incierta, perturbadora y amenazante desaparecer tras mí, pero nunca se reveló... En ese instante, mi respiración se volvió superficial y dificultosa, sentí que mi corazón se aceleraba, no podía pensar con claridad, presentí algo terrible y me sentí en peligro. Di media vuelta y, angustiada, empecé a correr y correr, desandando mis pasos, corriendo tan rápido como pude. Mi punto de referencia era la torre, ¡oh sí, la torre!

Imponente, estable durante cientos de años, la única certeza inamovible en aquel momento de caos. El sudor me perlaba la frente. Jamás había corrido tanto. ¡No era atleta! ¡Ni siquiera había competido en los Juegos Olímpicos! Sentía que me moría, me faltaba el aire y las rodillas me flaqueaban... Mi meta era la torre, se convirtió en un punto de referencia, un faro para mí, como un marinero que la divisa a lo lejos durante una tormenta, enfrentando el peligro incluso cuando una parte de su mente contempla la posibilidad de morir...

Pero, al doblar la curva del río, aquella presencia que erróneamente creí haber sembrado reapareció...

Mil dudas me asaltaron, pero si había corrido como una loca, ¿Cómo era posible que aquella presencia siguiera allí? ¡Yo, que al superar mis límites creía haber desterrado mis miedos! ¿Pero seguían conmigo? ¿Quién era esa mujer que me perseguía? ¿Quién, con tanta malicia, quería aterrorizar a una mujer que tranquilamente salía a correr? ¿Alguien que quería el celular, que quería hacerme daño? ¡Una loca! ¿Una borracha que no regresó a casa y que había estado vagando desde la noche anterior? ¡Ese mismo día, cuando estaba sola! ¡Nunca estaba sola!… y corrí, corrí aún más rápido hacia la única luz que veía, hacia mi única salvación, mi única esperanza.

La esperanza, en ese momento, era mi virtud, y sentía que alimentaba mi coraje. Quería llegar a la torre como si fuera un premio, una recompensa por mis esfuerzos. Quería poner fin a mi angustia, como cristiano que ha vivido deshonestamente y se arrepiente, esperando con confianza la recompensa eterna de la luz divina. Sí, esperaba llegar pronto a la torre; con su concreción y su majestuosidad ancestral, me brindaría un refugio seguro. Corrí como un atleta hacia la meta, usando cada átomo de oxígeno disponible. De lo contrario, ¿Qué sentido tendría vivir si tirara la toalla de inmediato? Estaba completamente consciente, luchando, aterrorizado y angustiado, pero tenía que alcanzar mi meta final, mi objetivo. Solo pensaba en sobrevivir y corrí…

Fue en ese instante cuando me di cuenta de que solo oía mi propia respiración, mis pasos sobre la grava; ningún otro sonido de respiración ni los pasos de nadie más… Razoné conscientemente: si hubiera sido una persona, no podría haber volado a menos que fuera un fantasma, un zombi del cementerio cercano, un hombre lobo. Si hubiera sido un jabalí, un perro callejero grande, seguramente tampoco podría haber volado. ¿Pero qué era? Si había estado allí antes, ahora había desaparecido. ¿Un sueño? ¿Una alerta incomprensible? Era una situación surrealista, y noté que la falta de aire había desaparecido, mi ritmo cardíaco se ralentizó, mis músculos se relajaron, la descarga de adrenalina se desvaneció y caminé sintiéndome más ligero y libre que nunca. En pocos minutos, pasé del miedo intenso a la calma tan rápidamente que me sentí desorientado.

Con una extraña calma, avancé por la grava, como siempre, disfrutando de la brisa en mi rostro sonrojado. Me quité la chaqueta y busqué alivio tras el esfuerzo... y ya no me sentía sola. Alguien caminaba delante de mí. Alguien que me ofrecía su compañía, alguien que avanzaba a mi mismo ritmo constante, y se reveló como la entidad que minutos antes casi me había matado. Detrás de mí, una deslumbrante luna llena iluminaba lo que la oscuridad suele ocultar: aquello que toda una vida puede mantener oculto, pero que solo se aclara con el tiempo, se me apareció, y entonces comprendí.

La luna estaba allí, imperiosa, observándome, y aunque no brillara con luz propia, seguía rigiendo las mareas, representando la cúspide de la feminidad, y se me apareció como un misterio iluminador. Ella, fría y distante, evocaba soledad en mí, pero al mismo tiempo me hacía más consciente...

Ella, que antes había alimentado mis miedos, liberó mi lado oscuro de inseguridades. Entonces, ella me iluminó, me tranquilizó y me acompañó en mi camino, desinteresadamente.

¡Fue ella quien alimentó esa presencia inquietante! Esa entidad que aparece solo en presencia de algo superior. Una entidad hecha de la nada, sin una vida propia auténtica, en constante búsqueda de un yo que se ajuste a la multitud. Es esa entidad la que me ha agobiado emocionalmente con peligros inexistentes, y por ello, he estado en guardia, como un caballero con la espada desenvainada.

Lo que me perturbaba tan intensamente no era una entidad externa. De repente, me vino a la mente una cita de G. Faletti: «Intenta ser tú mismo y no tu sombra, o te irás sin saber qué es la vida».

En cierto punto llegué a la torre... Me detuve, y «eso» también se detuvo, silencioso, ciego, sordo.

Pero ya no lo veía como un peligro, lo veía solo como una parte de mí mismo que no quería mirar.

Y salió el sol.

Autora: Daniela Targa

Copyright .




Copyright.

sábado, 6 de junio de 2026

"La llamada" en alemán. Autor Francisco Morales

 

Der Anruf

Wenn das Schicksal dir etwas Schlechtes bringt, sollte man daran denken: Das Leben ist wie ein Würfelspiel. Je besser man vorbereitet ist, desto größer ist die Chance, richtig zu reagieren. Ich heiße Carlos Pérez und arbeite als Büroangestellter. Eines Tages war ich wie immer im Büro, als mein Handy plötzlich vibrierte. Ich nahm den Anruf neugierig entgegen. Am anderen Ende fragte jemand nach meinem Namen. Ich bestätigte ihn, war aber etwas verwundert. Die Person sagte, sie rufe von der Bank an und ich hätte eine Schuld von 3000 Euro, die ich sofort mit meiner Karte bezahlen müsse. Ich antwortete, dass ich gerade ein wichtiges Gespräch habe und man mich bitte in zehn Minuten noch einmal anrufen soll. Zuerst wollten sie das nicht akzeptieren, aber ich sagte, dass es um meine Mutter im Krankenhaus geht. Danach stimmten sie zu. Ich habe sofort meine Bank angerufen und gefragt, ob ich wirklich 3000 Euro Schulden habe. Die Bank hat das klar verneint. Ich erzählte ihnen von dem Anruf, und sie warnten mich vor Betrugsversuchen. Außerdem rieten sie mir, meine Karte vorsichtshalber zu sperren. Nach zehn Minuten kam kein weiterer Anruf. Wahrscheinlich hatten sie gemerkt, dass ich nicht in die Falle getappt bin, und haben deshalb nicht noch einmal angerufen. Später wurde mir klar, dass es hilfreich war, dass meine Mutter mir einmal von einer ähnlichen Betrugsmasche erzählt hatte. Dadurch konnte ich ruhig bleiben und bin nicht darauf hereingefallen.

 

Traducido por Krys Lyn 

Autor: Francisco Morales Domínguez

Copyright 2026.

"La llamada" en italiano.

 

Titolo: LA CHIAMATA

Quando il destino ha un serbo per te una mossa sbagliata, devi tenere in mente che la vita è una partita a dadi: quanto più preparato sarai, migliore sarà la tua mossa. Mi chiamo Carlo Perez e lavoro in amministrazione. Un giorno ero in ufficio come gli altri giorni quando il mio telefono iniziò a vibrare. L'afferrai incuriosito. Dall'altra parte dell'apparecchio, chiesero il mio nome e io un po' stranito confermai loro la mia identità. Mi dissero che stavano chiamando dalla banca, che avevo un debito di 3000€ e che dovevo saldarlo immediatamente con la carta di credito. Risposi loro che avevo un'altra chiamata importante in linea e che dovevano chiamarmi dopo 10 minuti. Inizialmente sembravano riluttanti nel volermi richiamare, ma poi accettarono quando gli dissi che si trattava di mia madre che si trovava in ospedale. Non appena riattaccai, chiamai la mia banca e domandai loro se avevo un debito di 3000€ , ma mi dissero di no. Gli raccontai cosa mi era successo e loro mi dissero di stare attento alle truffe e che dovevo annullare la mia carta di credito in caso pensassero di derubarmi. Passarono i 10 minuti ma non ricevetti nessuna chiamata. Si erano resi conto che non ero caduto nella trappola e non chiamarono per paura che io avessi allertato la polizia. Una volta mia madre mi ha raccontò di una cugina sua che era caduta in una truffa come questa e ciò mi fu utile per non caderci anch'io. Per una volta visitare mia madre non era risultato invano, e ricevere il suo affetto mi aveva fatto tanto piacere.

 

Fine

Traducido por Elena Sacco.

Autor: Francisco Morales Domínguez

Copyright 2026.

lunes, 9 de marzo de 2026

"Lágrima de sangre" de Javier Hernández Velázquez.

                                Lágrima de sangre

                                                             

                                                                Lo malo de la pintura abstracta 

                                                                es que hay que molestarse

                                                                en leer el título de los cuadros

                                                                                                              Óscar Pin

Una gota de sangre en la nieve.

«La esperanza pintada, y las bellas ideas perdidas nacían sumidas en tu ausencia», se dijo. Nada detuvo a Kandinsky en su viaje abstracto hacia el frío. Sus planes se mantenían en secreto, sus intenciones eran impenetrables. Ella había vislumbrado una marca en su dedo. Ahora él pretendía enseñarle la escena del delito. Se encomendaba a la hipertrofia de su memoria eidética para recordar cualquier indicio de lo que había visto u oído en aquellos días. Incluso, aunque lo hubiera percibido una sola vez, y de forma fugaz. En general, los recuerdos eran menos claros y detallados que las percepciones, pero a veces una imagen memorizada en su mente era extrañamente completa en cada detalle.

Sentía aún el calor, la textura, y el aroma impregnado en las sábanas. Reflexionó con angustia durante unos instantes y arrojó la brocha con amarga desesperanza contra el lienzo a medio acabar. Luego se desplomó sobre la butaca y se restregó la cara con pintura. Deslizó sus dedos por los rizos de su cabello. Y presionó con fuerza su sien. Era consciente de que a los cuadros inacabados les esperaba un futuro incierto. Una mujer innombrable, observó la helada oscuridad de la obra. Adivinó la vida enterrada, y el

rastro que escupía la mirada de cristal de su amado, quebrada por dos disparos de hielo, certeros y cegadores. La sangre, inexacta y circular, acariciaba las bellas facciones de su rostro, y derretía la nieve en su caída. Sus labios musitaron una plegaria. Deseó que el cielo derramara leche, y el viento borrará, con un pañuelo azul, las machas rojas.

Escuchó pisadas alejándose en el olvido, y la llamarada del grito de un recién nacido. La memoria blanca delató la huella del crimen: una gota de sangre incandescente en el lienzo. Aquel fenómeno lo acompañaba desde la niñez. En el colegio, con frecuencia, era capaz de reconstruir una imagen de forma tan completa que incluso podía llegar a deletrear una página entera escrita en un idioma desconocido que apenas había visto durante unos momentos.

Los que tenían memoria eidética, como él, eran capaces de rebobinar los datos de sus percepciones visuales mediante sus recuerdos, y proyectarlos sobre la pantalla de un lienzo. Descubrió en el extremo del cuadro una inscripción. Soñó con aquel Kandinsky envuelto en un plástico que devorarían sus celos. Una mujer innombrable volaba hacia un tiempo en dónde el eco olvidó su nombre.

Una gota de sangre en la nieve.

Autor: Javier Hernández Velázquez.

Copyright.

sábado, 15 de noviembre de 2025

"La llamada" en inglés.

 Title: “The Call”

Author: Francisco Morales Domínguez

When fate deals you a cruel blow, remember that life is a game of dice: the more prepared you are, the better your roll. My name is Carlos Pérez, and I work as an office clerk. One day, I was at the office, like every other day, when my cell phone started vibrating. I answered it, intrigued. On the other end, they asked for my name. I confirmed my identity, puzzled. They told me I was being called from the bank, that I had a debt of 3,000 euros and had to pay it immediately with my card. I replied that I had another very important call on the line and asked them to call me back in ten minutes. At first, they seemed reluctant to call me back, but they agreed when I told them it was my mother, who was in the hospital. As soon as I hung up, I called my bank and asked if I had a debt of 3,000 euros, and they denied it. I told them what happened, and they warned me to be careful of scams and to cancel my card in case they were planning to defraud me.

Ten minutes passed, and I didn’t receive a call. They realized I hadn’t fallen for the scam and decided not to call in case I had alerted the police. For once, my mother telling me that one of her cousins ​​had fallen for one of these scams was helpful in preventing me from falling for it myself. For once, going to see my mother hadn’t been a waste of time, and receiving her affection was a great comfort.

 

The end.

Copyright 2025

La llamada

 Título: “La Llamada”.

Autor: Francisco Morales Domínguez

 

   Cuando el destino te tenga preparada una mala jugada, haz de tener en cuenta que la vida es una partida de dados: cuanto más preparado estés, mejor será tu jugada. Me llamo Carlos Pérez y trabajo de administrativo. Un día estaba en la oficina, como todos los días, cuando mi móvil empezó a vibrar. Lo cogí intrigado. Al otro lado del aparato preguntaron por mi nombre, afirmé mi identidad, extrañado. Me dijeron que me llamaban del banco, que tenía una deuda de 3000 euros y debía abonarla inmediatamente con la tarjeta. Les contesté que tenía otra llamada en línea muy importante y que me llamaran en diez minutos. En un principio parecían reacios a volverme a llamar, pero aceptaron cuando les dije que se trataba de mi madre que estaba en el hospital. Según colgué llamé a mi banco y les pregunté si tenía una deuda de 3000 euros, y ellos me lo negaron. Les conté lo que me pasó y me dijeron que tuviera cuidado con las estafas, que anulara mi tarjeta por si pensaban hacerme un fraude.

 Pasaron los diez minutos y no recibí ninguna llamada. Se habían percatado que no había caído en la trampa y no hicieron la llamada por si había alertado a la policía. Por una vez, que mi madre me hubiera contado que una prima suya había caído en una estafa de estas, me fue útil para no caer yo. Por una vez, ir a ver a mi madre no había caído en saco roto y recibir su cariño me sirvió de mucho agrado.

Fin

Copyright 2025

miércoles, 11 de junio de 2025

"La tortuga príncipe " de Francisco Morales en Húngaro.

 

    A teknős herceg

                A Császár Teknőc fia, aki nagyon barátságos és szeretetteljes volt, örökölte a teknősök királyságát. Egy nap megbetegedett, és a palotaorvos nem tudta, mi baja van. Nem tudott semmit arról a betegségről, amiben szenvedett a fiú. Minden egyes eltelt nappal egyre gyengébb lett. A Teknős Császár összehívta a királyság összes orvosát. Sokan gyűltek össze a palotában, akik orvosnak vallották magukat, de csak a Fattyú Teknős felelt meg a követelményeknek. A Fattyú teknős sok pénzért cserébe megváltást ígért, azt állítva, hogy van egy bájitala, ami megmentheti őt. A Fattyú Teknőc egy kocsinyi aranyrudat kért. A Császár Teknőc meglepődött, hogy egy orvos ennyi pénzt kér egy élet megmentéséért, ezért megitatta a Fattyú Teknőssel az általa készített főzetet. A Fattyú Teknős vonakodott és nem volt hajlandó meginni a főzetet. Ennek következményeként, a császár börtönbe küldte, ahol rácsokkal vették körül.

Egy nap a Bolond Teknős érkezett meg a palotába, kezében egy orvossággal a betegségre.

-          Mit kérsz, te cserébe Bolond Teknős? – kérdezték tőle

-          Munkát – válaszolt, a Bolond Teknős

-          Rendben, te Bolond Teknőc, ha meggyógyítod a fiamat, te leszel a palota orvosának segédje. Azonban meg kell innod a saját orvosságodat.

-          Megteszem. Azonnal elkészítem a főzetemet, és ellátom a beteget.

 

Bevette a gyógyszerét, de semmi sem történt vele, ezért beadták a beteg fiúnak. Néhány nap múlva a Teknőc császár fiának egészsége javult, és pár hét múlva teljesen meggyógyult. A császár felvette, és azt mondta neki, hogy nem lehet bolond az, aki megkap egy ilyen állást.

 

Vége

 Fordította: Katalin Szucs

Santa Cruz de Tenerife

11.06.2025

Copyright 2025.

viernes, 10 de enero de 2025

Las hamburguesas y los 50 euros.

 

Título: “Las hamburguesas y los 50 euros”

Autor: Francisco Morales Domínguez.

       En esta vida hay dos clases de personas: los que mandan y los que obedecen. Mi madre en casa era la que mandaba, aunque a veces lo hacía mal, sin embargo, había que acatar lo que decía. Me ordenó comprar unas hamburguesas para comer y me dio 50 euros.

   —Quiero la vuelta —dijo ella.

   —¿Puedo poner una bonoloto? —pregunté.

   —Con tu dinero puedes hacer lo que quieras, pero yo quiero la vuelta.

    Tenía un par de euros, así que, sin más dilación, como un niño bueno, me dirigí a hacer el mandado. Salí de casa en un noviembre con un sol que rajaba las piedras, iba con el bañador y una camiseta. El bañador era unos shorts. Pasé por la hamburguesería y le hice el pedido. Para no esperar como un tontaina, fui a poner la bonoloto. Tenía una razón de peso: había un suculento bote. Cuando me dirigí al estanco me eché la mano al bolsillo y tenía los 50 euros. Puse la bonoloto con la gran esperanza de salir de pobre. A medio camino entre la hamburguesería y el estanco, me vuelvo a meter la mano en el bolsillo llevándome una gran sorpresa, ¿dónde están los 50 euros? Alarmado, vuelvo a meter la mano, pero solo tengo la bonoloto. ¡Dios mío!, ¿y ahora? ¿Qué le digo a mi madre? Lo principal del momento era actuar con inteligencia y no perder los nervios, así que volví sobre mis pasos. Veía a la gente caminar, subía y bajaba. Sin embargo, no desistí de mi misión, caminaba como un agente secreto en busca de una fortuna, de una señal que me diera el destino. Miraba todos los rincones mientras subía la calle camino del estanco. De pronto, vi un papel en el suelo color marrón. Estaba próximo a ir a la carretera, así que corrí ilusionado, me agaché y me llevé la grata sorpresa que eran los 50 euros. ¡Eureka! No me lo podía creer. Estaba salvado de la bronca que me iba a echar mi madre. Era un día de suerte dentro de la mala suerte. De esta guisa compré un rasca en un estanco, pero no saqué nada, solo los 10 euros del rasca. Me quité de encima los 50 euros por si los perdía otra vez. Esta vez a la vuelta de comprar la llevaba en la mano. Fui a la hamburguesería y más aliviado pagué las hamburguesas, me dirigí a casa con el susto en el cuerpo. Cuando llegué al hogar se lo conté nervioso a mi madre.

    —Ay, mi niño, mandarte a ti a comprar es una aventura. Ya podías rascar con tu madre el rasca.

  Bueno, al fin y al cabo la mujer no se lo tomó a mal. Me comí la hamburguesa y me supo el día como una anécdota de miles. Quieras o no, podía haber sido peor. Sin embargo, supe pensar en frío y ser inteligente. Respecto a la bonoloto, alguien se sacó el bote y, como siempre, yo solo saqué las perras del bolsillo.

 

Fin.

Copyright 2024.

 

Las hamburguesas y los 50 euros al inglés.

 

Title: “The burgers and the 50 euros”

Author: Francisco Morales Domínguez.

In this life there are two types of people: those who command and those who obey. My mother was the one who commanded at home, although sometimes she did it wrong, however, you had to obey what she said. She told me to buy some burgers for lunch and gave me 50 euros.

“I want the change,” she said.

“Can I buy a lottery ticket?” I asked.

“You can do whatever you want with your money, but I want the change.”

I had a couple of euros, so, without further delay, like a good boy, I went to do my errands. I left home in November with a searing sun, I was wearing a swimsuit and a T-shirt. The swimsuit was a pair of shorts. I went to the burger place and ordered the food. As to not wait like a fool, I went to buy the lottery ticket. I had a good reason: there was a succulent jackpot. When I went to the tobacconist, I put my hand in my pocket and I had 50 euros. I bought the lottery ticket in hope of getting out of poverty. Halfway between the burger place and the tobacconist, I put my hand in my pocket again and I got a big surprise: where are the 50 euros? Alarmed, I put my hand in again, but I only have the lottery ticket. My God! What now? What do I say to my mother? The main thing at the moment was to act smartly and not lose my temper, so I retraced my steps. I saw people walking, going up and down. However, I did not give up on my mission, I walked like a secret agent in search of a fortune, of a sign that destiny would give me. I looked at every corner as I walked up the street on the way to the tobacconist. Suddenly, I saw a brown piece of paper on the ground. It was about to hit the road, so I ran excitedly, bent down and got the pleasant surprise that it was the 50 euros. Eureka! I couldn’t believe it. I was saved from the scolding my mother was going to give me. It was a lucky day within bad luck. Along this line, I bought a scratch card at the tobacconist’s, but I didn’t get anything out of it, just the 10 euros from the scratch card. I got rid of the 50 euros in case I lost them again. This time, when I came back home, I kept it in my hand. I went to the burger shop and, more relieved, I paid for the burgers. I headed home with the fright in my body still. When I got home, I told my mother about it nervously.

"Oh, my boy, sending you to do some errands is always an adventure. You could now scratch the card with your mother."

Well, at least the woman didn’t take it badly. I ate the burger, and the day tasted like one of thousands of anecdotes. It could have been worse, but I was able to think calmly and be intelligent. Regarding the lottery, someone won the jackpot and, as always, I only took the money out of my pocket.

The end.

Copyright 2024.

viernes, 2 de agosto de 2024

De schildpadprins

 

De schildpadprins

 

          De zoon van de schildpadkeizer, die erg sympathiek en zeer geliefd was, zou het koninkrijk van de schildpadden erven. Op een dag werd hij echter ziek, en de hofarts wist niet wat er met hem aan de hand was; hij kende de ziekte niet, waar de prins aan leed. Elke dag die verstreek, werd de prins zwakker en zwakker. De schildpadkeizer liet een bericht uitsturen aan alle medici van het koninkrijk. In het paleis verzamelden zich velen, die zeiden dokter te zijn, maar alleen de bastaard-schildpad voldeed aan de vereisten. De bastaard-schildpad beloofde voor de oplossing te zorgen, in ruil voor veel geld, hij zei een brouwsel te hebben dat de prins zou genezen. De bastaard-schildpad vroeg om een kar vol goudstaven. Het verbaasde de schildpadkeizer dat een dokter zoveel geld vroeg, om een leven te redden, dus hij vroeg aan de bastaard-schildpad, om zelf van het brouwsel te drinken, dat hij had bereid. De bastaard-schildpad had er bezwaar tegen, om van zijn eigen brouwsel te proeven, en weigerde ervan te drinken. Daarom liet de keizer hem naar de gevangenis sturen, waar hij achter de tralies zou verdwijnen.

Op een dag verscheen er een schildpad bij het kasteel, die bekend stond als een dwaas, die zei een remedie voor de ziekte te hebben.

-       Wat vraag je ervoor, dwaze schildpad?

-       Een baan.

-       Dat is goed, dwaze schildpad, als jij mijn zoon geneest, word je de assistent van de hofarts.

-       Je zult wel je eigen medicijn moeten drinken.

-       Dat is goed. Ik ga mijn toverdrank direct bereiden, en daarmee de patient behandelen.

Hij dronk van zijn medicijn, en er overkwam hem niets, dus ze gaven het medicijn aan de patient. Na enkele dagen begon de patient te genezen, en enkele weken later was hij weer kerngezond. De keizer nam hem in dienst. Hij zei dat hij helemaal niet dwaas was, omdat hij de klus geklaard had.

Copyright.

Auteur:  Francisco Morales Domínguez.

Vertaling: Karel de Grote

 

sábado, 8 de junio de 2024

O cupom fiscal

 

Título: “O cupom fiscal”.

 

     Tinha presenteado a minha carinhosa amiga Marta pelo seu aniversário um vale presente da Women´ Secret, onde trabalha minha outra amiga, também carinhosa, Carlota. Ingenuamente guardei o cupom do vale presente na gaveta da minha cômoda. Uns dias depois, fui cortar o cabelo no salão da Marta em Santa Cruz e depois me encontrei com minha irmã para ir à Lefties no Carrefour comprar umas calças jeans. Comprei uma azul marinho e pedi outra azul celeste pela internet, a menina me disse que primeiro pagasse e que guardasse o cupom fiscal, o qual também guardei na gaveta da cômoda. Umas semanas depois, o meu antivírus ia vencer e minha irmã se ofereceu pra ir buscá-lo no Carrefour. Coincidentemente, recebi a mensagem do pedido da Lefties ao e-mail, assim que lhe pedi que também me trouxesse as calças. Meti a mão na gaveta e peguei o primeiro cupom fiscal que vi. Não pude acompanhá-la porque eu estava fazendo o estágio na recepção do hotel NH com minha colega Araceli. Duas horas depois, minha irmã me ligou dizendo que eu lhe havia dado o cupom do vale presente da Women´ Secret. Meu Deus! O quê que eu faço agora? O rapaz da Lefties disse à minha irmã que fizesse um print do QR code que estava no e-mail que a Lefties tinha me mandado e que lhe enviasse por Whatsapp. Assim o fiz com a ajuda da Araceli. Pela noite quando voltei do estágio, ali estava o pacote das calças. Quem ia me dizer que a falha humana seria suprida por saber usar a tecnologia.

 

Autor: Francisco Morales Domínguez.

Direitos Autorais 2024.

Traducido: Izabela Alves.