jueves, 18 de junio de 2026

L'argine de Daniela Targa

                                   L’ARGINE                                       Daniela Targa 

 

 

Un giorno mi alzai più stanca del solito: avevo dormito poco e male, ero nervosa, non conoscendone il motivo. Forse perché la cagnolina dei vicini aveva abbaiato tutta la notte. Si dice che i cani non abbaino mai per nulla, ma quella mattina ebbi qualche dubbio. Quel dì la mia consueta camminata fu in solitaria: mia sorella era partita per Milano e sarebbe tornata soltanto il giorno dopo. Assaporai a pieni polmoni l’aria dell’alba di febbraio, pulita, fredda e tutto attorno regnavano il silenzio e le tenebre del riposo invernale. Mi diressi verso l’argine del grande fiume su cui erano solite passeggiare molte persone. Percorsi via della Torre, dove si stagliavano quattro maestosi pioppi, in quel momento spogliati dalle loro fronde, ma che concedevano la loro piacevole ombra nei giorni estivi a coloro che si sedevano nelle panchine sottostanti. La via prendeva il nome dal monumento vicino. La torre risaliva al 1200 ed era ciò che rimaneva di un castello estense che successivamente la famiglia Morosini di Venezia trasformò nella loro villa.  

 La torre se ne stava solitaria, debolmente illuminata alla sommità, lei sempre immobile sopravvisse all’intenso bombardamento del 20 aprile 1945.Quella mattina all’alba non passò nessuno e io pensai di intraprendere il mio solito itinerario sull’argine dell’Adige. Vicino alla torre fui colta da un brivido e mi girai di scatto spaventata, ma non vidi nessuno… “Ma che diavolo ho oggi?” mi chiesi ancor più nervosamente. Salii sull’argine e, nonostante il buio, rimasi ferma ad osservare la corrente e i vortici del fiume. Credo che questo possegga un’anima: scorre da millenni continuamente senza sosta, e chi vi è entrato più volte, non si è mai immerso nella stessa acqua; come per l’uomo che si alza tutti giorni, ogni giorno non è mai lo stesso. L’acqua scorre e sa già dove andare, senza bisogno di chiedere informazioni, senza sentire l’esigenza di cambiare corso, senza bisogno di preoccuparsi del proprio aspetto e del proprio stato d’animo, se è stata sporca o limpida, se è turbolenta o placida; non cambia neppure quando qualche anima in pena decide di farne uso per por fine alla propria esistenza. L’acqua accoglie tra le sue braccia, accompagna e silenziosamente comprende senza giudicare… l’acqua trasporta la storia delle genti che abitarono le sue rive, accolse vite spezzate dalla guerra ed è una presenza discreta, purificante e talvolta severa e punitiva. 

 Quella mattina il fiume faceva da specchio magicamente alla luna piena e io provai un senso di pace. All’improvviso mi percorse il corpo un altro brivido, ancora! Gridai stizzita. Istintivamente mi girai di scatto e con la coda dell’occhio vidi sparire dietro di me una presenza oscura, incerta, inquietante, minacciosa, che non si palesò …. In quel momento il mio respiro divenne corto e affannoso, sentii aumentare il battito del mio cuore, non riuscii a pensare lucidamente, percepii qualcosa di terribile e mi sentii in pericolo. Mi girai di scatto e angosciata iniziai a correre e a correre, tornavo sui miei passi percorsi prima correndo a più non posso, il mio riferimento fu la torre, oh sì la torre! 

 Lei, imponente, stabile da centinaia di anni, unica certezza inamovibile in quel momento di caos. Il sudore mi imperlò la fronte, mai corsi così tanto, mica ero stata un’atleta! Mica avevo fatto le olimpiadi! Mi parve di morire, il fiato diminuiva sempre più e le ginocchia stavano per cedere…il mio obbiettivo fu la torre, diventò un punto di riferimento, un faro per me, come un marinaio che lo scorgeva in lontananza durante tempesta, affrontava il pericolo anche se parte della sua mente prendeva in considerazione che avrebbe potuto anche morire… 

Ma, percorrendo la curva dell’ansa fluviale, ricomparve quella presenza che avevo creduto, sbagliando, di avere seminato … 

 Mi assalirono mille dubbi, ma se avevo corso come una dannata com’era possibile che questa presenza potesse essere ancora qui? Io che superando i miei limiti credevo di aver rimosso le mie paure! Invece esse erano ancora con me? Chi era costei che mi inseguiva? Chi voleva malignamente spaventare a morte una donna che se ne andava tranquillamente a fare jogging? Qualcuno che voleva il telefonino, che voleva far del male? Un maniaco! Un ubriacone che non tornò mai alla propria dimora e se ne stava in giro dalla sera prima? Proprio quel giorno che ero da sola! Non ero mai da sola! ..... e corsi, corsi ancora più forte verso l’unica luce che vidi, verso la mia unica salvezza, la mia unica speranza. 

 La speranza, in quel momento fu la mia virtù e io sentii che nutriva il mio coraggio. Volli raggiungere la torre come se fosse un premio, un premio per la mia fatica, volevo porre fine alla mia angoscia come per un cristiano, che ha vissuto disonestamente e se ne pente, è attendere fiducioso la ricompensa eterna della luce divina.  Si, io sperai di arrivare presto alla torre, lei con la sua concretezza e maestosità secolare mi avrebbe concesso un sicuro rifugio. Corsi come un’atleta verso il traguardo che utilizzava ogni atomo di ossigeno disponibile, altrimenti che scopo avrebbe avuto vivere se gettavo la spugna subito? Io perfettamente cosciente arrancai terrorizzata, angosciata, ma dovevo assolutamente raggiungere il mio obbiettivo finale, il mio telos. Pensai solo alla mia sopravvivenza e corsi…  

 Fu in quel momento che mi resi conto di sentire solo il mio respiro, solo i miei passi sulla ghiaia, nessun altro rumore di respiri o di passi altrui... Coscientemente ragionai: se fosse stata una persona non avrebbe potuto volare a meno che non fosse stata un fantasma, uno zombie uscito dal vicino cimitero, un licantropo, se fosse stato un cinghiale, un grosso cane randagio, pure lui non avrebbe potuto sicuramente volare. Ma cos’era?  Se prima c’era stato, ora non c’era più. Un sogno? Un’incomprensibile allerta? Fu una situazione surreale e notai che il mio affanno era scomparso, e il mio battito quindi rallentò, i miei muscoli si rilassarono, scomparve lo stato adrenalinico di prima e camminavo sentendomi così leggera e liberata come non lo ero stata mai. In pochi minuti passai dalla paura intensa alla calma così in fretta che mi sentii disorientata. 

 Con una strana calma avanzai sul ghiaino, come sempre, godendomi la brezza su viso accaldato e spogliatami della giacca, cercai refrigerio dopo la fatica…e non mi sentii più sola. Davanti a me procedeva qualcuno. Qualcuno che mi concesse la sua compagnia, qualcuno che avanzò con il mio stesso passo regolare, e si palesò in quell’entità che pochi minuti prima, stava per farmi morire. Dietro di me uno stupendo plenilunio illuminava ciò che le tenebre di solito nascondono: mi apparve ciò che un’intera vita può tenere nascosto ma che si comprende con il tempo e allora capii. 

 La luna era lì imperiosa, mi guardava e anche se non brillava di luce propria, continuava a governare le maree, a rappresentare il culmine della femminilità, e mi apparì come un rischiarante mistero. Lei fredda e distante, mi evocò solitudine ma allo stesso tempo mi rese più consapevole...  

 Lei che prima aveva alimentato le mie paure, liberò il mio lato oscuro formato da insicurezze, poi, mi illuminò rassicurandomi e mi accompagnò nel cammino, disinteressata. 

 Proprio lei favorì quella presenza inquietante! Quell’entità che compare solo in presenza di qualcos’altro di superiore. Un’entità formata di nulla, senza una vita propria autentica, alla continua ricerca di un io omologato alla massa. È quell’entità che mi ha affaticato emotivamente con inesistenti pericoli e per causa sua sono stata in guardia, come un cavaliere con la propria spada sguainata. 

 Ciò che mi turbò così intensamente non fu un’entità esterna. Improvvisamente mi venne in mente una citazione di G. Faletti che diceva così “: cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere cos’è la vita.”  

 Ad un certo punto arrivai alla torre ….Mi fermai, e anche “lei” si fermò, muta, cieca, sorda. 

 Ma io non la vidi più come un pericolo, la vidi solo come una parte di me che non volevo guardare. 

 E arrivò il sole. 


Autora: Daniela Targa

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L'Argine De Daniela Targa

 

EL RENDABORDE                                                                                                     Daniela Targa

 

Un día me desperté más cansada de lo normal: había dormido poco y mal, y estaba nerviosa, sin saber por qué. Quizás era porque el perro del vecino había ladrado toda la noche. Dicen que los perros nunca ladran sin motivo, pero esa mañana tenía mis dudas. Ese día, mi paseo habitual fue en solitario: mi hermana se había ido a Milán y no regresaría hasta el día siguiente. Respiré el aire fresco y frío del amanecer de febrero, rodeada por el silencio y la oscuridad del descanso invernal. Me dirigí hacia el terraplén del gran río, donde mucha gente solía pasear. Caminé por Via della Torre, donde se alzaban cuatro majestuosos álamos, ahora desprovistos de ramas, pero que ofrecían una agradable sombra en los días de verano a quienes se sentaban en los bancos de abajo. La calle tomaba su nombre del monumento cercano. La torre databa del siglo XIII y era todo lo que quedaba de un castillo Este que la familia Morosini de Venecia transformó posteriormente en su villa.

La torre se erguía solitaria, tenuemente iluminada en la cima; permaneció inmóvil, sobreviviendo al intenso bombardeo del 20 de abril de 1945. Esa mañana al amanecer, nadie pasó, y decidí tomar mi ruta habitual a lo largo del terraplén del Adige. Cerca de la torre, sentí un escalofrío recorrerme y me giré asustado, pero no vi a nadie... "¿Qué diablos me pasa hoy?" me pregunté aún más nervioso. Subí al terraplén y, a pesar de la oscuridad, me quedé quieto, observando la corriente y los remolinos del río. Creo que posee un alma: ha fluido continuamente durante milenios, sin detenerse, y cualquiera que haya entrado en él varias veces nunca se ha sumergido en la misma agua; al igual que para el hombre que se levanta cada día, cada día nunca es igual. El agua fluye y ya sabe adónde ir, sin necesidad de pedir indicaciones, sin sentir la necesidad de cambiar de curso, sin necesidad de preocuparse por su aspecto o su estado de ánimo, si ha estado sucia o clara, si es turbulenta o plácida; No cambia ni siquiera cuando un alma atormentada decide usarla para acabar con su propia existencia. El agua acoge en sus brazos, acompaña y comprende en silencio, sin juzgar... El agua lleva consigo la historia de quienes habitaron sus orillas, acogió vidas destrozadas por la guerra, y es una presencia discreta, purificadora y, a veces, severa y punitiva.

Esa mañana, el río reflejaba mágicamente la luna llena, y sentí una paz profunda. De repente, otro escalofrío me recorrió el cuerpo, ¡otra vez! Grité con fastidio. Instintivamente, me giré bruscamente, y por el rabillo del ojo vi una presencia oscura, incierta, perturbadora y amenazante desaparecer tras mí, pero nunca se reveló... En ese instante, mi respiración se volvió superficial y dificultosa, sentí que mi corazón se aceleraba, no podía pensar con claridad, presentí algo terrible y me sentí en peligro. Di media vuelta y, angustiada, empecé a correr y correr, desandando mis pasos, corriendo tan rápido como pude. Mi punto de referencia era la torre, ¡oh sí, la torre!

Imponente, estable durante cientos de años, la única certeza inamovible en aquel momento de caos. El sudor me perlaba la frente. Jamás había corrido tanto. ¡No era atleta! ¡Ni siquiera había competido en los Juegos Olímpicos! Sentía que me moría, me faltaba el aire y las rodillas me flaqueaban... Mi meta era la torre, se convirtió en un punto de referencia, un faro para mí, como un marinero que la divisa a lo lejos durante una tormenta, enfrentando el peligro incluso cuando una parte de su mente contempla la posibilidad de morir...

Pero, al doblar la curva del río, aquella presencia que erróneamente creí haber sembrado reapareció...

Mil dudas me asaltaron, pero si había corrido como una loca, ¿Cómo era posible que aquella presencia siguiera allí? ¡Yo, que al superar mis límites creía haber desterrado mis miedos! ¿Pero seguían conmigo? ¿Quién era esa mujer que me perseguía? ¿Quién, con tanta malicia, quería aterrorizar a una mujer que tranquilamente salía a correr? ¿Alguien que quería el celular, que quería hacerme daño? ¡Una loca! ¿Una borracha que no regresó a casa y que había estado vagando desde la noche anterior? ¡Ese mismo día, cuando estaba sola! ¡Nunca estaba sola!… y corrí, corrí aún más rápido hacia la única luz que veía, hacia mi única salvación, mi única esperanza.

La esperanza, en ese momento, era mi virtud, y sentía que alimentaba mi coraje. Quería llegar a la torre como si fuera un premio, una recompensa por mis esfuerzos. Quería poner fin a mi angustia, como cristiano que ha vivido deshonestamente y se arrepiente, esperando con confianza la recompensa eterna de la luz divina. Sí, esperaba llegar pronto a la torre; con su concreción y su majestuosidad ancestral, me brindaría un refugio seguro. Corrí como un atleta hacia la meta, usando cada átomo de oxígeno disponible. De lo contrario, ¿Qué sentido tendría vivir si tirara la toalla de inmediato? Estaba completamente consciente, luchando, aterrorizado y angustiado, pero tenía que alcanzar mi meta final, mi objetivo. Solo pensaba en sobrevivir y corrí…

Fue en ese instante cuando me di cuenta de que solo oía mi propia respiración, mis pasos sobre la grava; ningún otro sonido de respiración ni los pasos de nadie más… Razoné conscientemente: si hubiera sido una persona, no podría haber volado a menos que fuera un fantasma, un zombi del cementerio cercano, un hombre lobo. Si hubiera sido un jabalí, un perro callejero grande, seguramente tampoco podría haber volado. ¿Pero qué era? Si había estado allí antes, ahora había desaparecido. ¿Un sueño? ¿Una alerta incomprensible? Era una situación surrealista, y noté que la falta de aire había desaparecido, mi ritmo cardíaco se ralentizó, mis músculos se relajaron, la descarga de adrenalina se desvaneció y caminé sintiéndome más ligero y libre que nunca. En pocos minutos, pasé del miedo intenso a la calma tan rápidamente que me sentí desorientado.

Con una extraña calma, avancé por la grava, como siempre, disfrutando de la brisa en mi rostro sonrojado. Me quité la chaqueta y busqué alivio tras el esfuerzo... y ya no me sentía sola. Alguien caminaba delante de mí. Alguien que me ofrecía su compañía, alguien que avanzaba a mi mismo ritmo constante, y se reveló como la entidad que minutos antes casi me había matado. Detrás de mí, una deslumbrante luna llena iluminaba lo que la oscuridad suele ocultar: aquello que toda una vida puede mantener oculto, pero que solo se aclara con el tiempo, se me apareció, y entonces comprendí.

La luna estaba allí, imperiosa, observándome, y aunque no brillara con luz propia, seguía rigiendo las mareas, representando la cúspide de la feminidad, y se me apareció como un misterio iluminador. Ella, fría y distante, evocaba soledad en mí, pero al mismo tiempo me hacía más consciente...

Ella, que antes había alimentado mis miedos, liberó mi lado oscuro de inseguridades. Entonces, ella me iluminó, me tranquilizó y me acompañó en mi camino, desinteresadamente.

¡Fue ella quien alimentó esa presencia inquietante! Esa entidad que aparece solo en presencia de algo superior. Una entidad hecha de la nada, sin una vida propia auténtica, en constante búsqueda de un yo que se ajuste a la multitud. Es esa entidad la que me ha agobiado emocionalmente con peligros inexistentes, y por ello, he estado en guardia, como un caballero con la espada desenvainada.

Lo que me perturbaba tan intensamente no era una entidad externa. De repente, me vino a la mente una cita de G. Faletti: «Intenta ser tú mismo y no tu sombra, o te irás sin saber qué es la vida».

En cierto punto llegué a la torre... Me detuve, y «eso» también se detuvo, silencioso, ciego, sordo.

Pero ya no lo veía como un peligro, lo veía solo como una parte de mí mismo que no quería mirar.

Y salió el sol.

Autora: Daniela Targa

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sábado, 6 de junio de 2026

"La Llamada" en francés. Autor: Francisco Morales.

 

L'appel

Quand la vie vous joue un mauvais tour, rappelez-vous qu'elle est comme un jeu de dés : plus vous êtes préparé, meilleure sera votre chance.

Je m'appelle Carlos Pérez et je suis assistant administratif. Un jour, j'étais au bureau, comme tous les jours, quand mon portable s'est mis à vibrer. Intrigué, j'ai répondu. À l'autre bout du fil, on m'a demandé mon nom. J'ai confirmé mon identité, perplexe. On m'a dit que l'on m'appelait de la banque, que j'avais une dette de 3 000 euros et que je devais la régler immédiatement par carte.

J'ai répondu que j'avais un autre appel très important et j'ai demandé à ce qu'on me rappelle dans dix minutes. Au début, ils ont hésiter à vouloir me rappeler, mais ont fini par accepter quand j'ai dit que c'était ma mère, qui était à l'hôpital.

Dès que j'ai raccroché, j'ai appelé ma banque pour vérifier si j'avais bien une dette de 3 000 euros, et on m'a répondu que non. Je leur ai expliqué la situation et ils m'ont conseillé de me méfier des arnaques et de faire opposition à ma carte au cas où on tenterait de m'escroquer.

 Dix minutes passèrent sans que je reçoive d'appel. Ils avaient compris que je n'étais pas tombée dans le piège et ils n'avaient pas appelé de peur que j'aie alerté la police.

Pour une fois, le fait que ma mère m'ait raconté qu'une de ses cousines s'était faite avoir par une de ces arnaques, m'a été utile et m'a évité de tomber dans le même piège. Pour une fois, aller voir ma mère n'avait pas été une perte de temps, et recevoir son affection m'a fait beaucoup de bien.

 

Fin

Traduit ñar Hélène

Autor: Francisco Morales Domínguez

Copyright 2026.

"La llamada" en alemán. Autor Francisco Morales

 

Der Anruf

Wenn das Schicksal dir etwas Schlechtes bringt, sollte man daran denken: Das Leben ist wie ein Würfelspiel. Je besser man vorbereitet ist, desto größer ist die Chance, richtig zu reagieren. Ich heiße Carlos Pérez und arbeite als Büroangestellter. Eines Tages war ich wie immer im Büro, als mein Handy plötzlich vibrierte. Ich nahm den Anruf neugierig entgegen. Am anderen Ende fragte jemand nach meinem Namen. Ich bestätigte ihn, war aber etwas verwundert. Die Person sagte, sie rufe von der Bank an und ich hätte eine Schuld von 3000 Euro, die ich sofort mit meiner Karte bezahlen müsse. Ich antwortete, dass ich gerade ein wichtiges Gespräch habe und man mich bitte in zehn Minuten noch einmal anrufen soll. Zuerst wollten sie das nicht akzeptieren, aber ich sagte, dass es um meine Mutter im Krankenhaus geht. Danach stimmten sie zu. Ich habe sofort meine Bank angerufen und gefragt, ob ich wirklich 3000 Euro Schulden habe. Die Bank hat das klar verneint. Ich erzählte ihnen von dem Anruf, und sie warnten mich vor Betrugsversuchen. Außerdem rieten sie mir, meine Karte vorsichtshalber zu sperren. Nach zehn Minuten kam kein weiterer Anruf. Wahrscheinlich hatten sie gemerkt, dass ich nicht in die Falle getappt bin, und haben deshalb nicht noch einmal angerufen. Später wurde mir klar, dass es hilfreich war, dass meine Mutter mir einmal von einer ähnlichen Betrugsmasche erzählt hatte. Dadurch konnte ich ruhig bleiben und bin nicht darauf hereingefallen.

 

Traducido por Krys Lyn 

Autor: Francisco Morales Domínguez

Copyright 2026.

"La llamada" en italiano.

 

Titolo: LA CHIAMATA

Quando il destino ha un serbo per te una mossa sbagliata, devi tenere in mente che la vita è una partita a dadi: quanto più preparato sarai, migliore sarà la tua mossa. Mi chiamo Carlo Perez e lavoro in amministrazione. Un giorno ero in ufficio come gli altri giorni quando il mio telefono iniziò a vibrare. L'afferrai incuriosito. Dall'altra parte dell'apparecchio, chiesero il mio nome e io un po' stranito confermai loro la mia identità. Mi dissero che stavano chiamando dalla banca, che avevo un debito di 3000€ e che dovevo saldarlo immediatamente con la carta di credito. Risposi loro che avevo un'altra chiamata importante in linea e che dovevano chiamarmi dopo 10 minuti. Inizialmente sembravano riluttanti nel volermi richiamare, ma poi accettarono quando gli dissi che si trattava di mia madre che si trovava in ospedale. Non appena riattaccai, chiamai la mia banca e domandai loro se avevo un debito di 3000€ , ma mi dissero di no. Gli raccontai cosa mi era successo e loro mi dissero di stare attento alle truffe e che dovevo annullare la mia carta di credito in caso pensassero di derubarmi. Passarono i 10 minuti ma non ricevetti nessuna chiamata. Si erano resi conto che non ero caduto nella trappola e non chiamarono per paura che io avessi allertato la polizia. Una volta mia madre mi ha raccontò di una cugina sua che era caduta in una truffa come questa e ciò mi fu utile per non caderci anch'io. Per una volta visitare mia madre non era risultato invano, e ricevere il suo affetto mi aveva fatto tanto piacere.

 

Fine

Traducido por Elena Sacco.

Autor: Francisco Morales Domínguez

Copyright 2026.

martes, 12 de mayo de 2026

Marta Robles y su novela noir Amada Carlota

Con la llegada de la primavera también llegó al municipio norteño de El Sauzal el festival literario “Mi pueblo lee”. Este evento nos brindó la oportunidad de disfrutar de la visita de la periodista y escritora Marta Robles, quien impartió un interesante taller para jóvenes y presentó su novela Amada Carlota.


En esta obra, Marta Robles nos sumerge de lleno en la España del franquismo y de la transición democrática a través de dos historias que avanzan en paralelo entre pasado y presente: la de una madre y la de una hija. Todo ello de la mano de su personaje principal, el detective Tony Roures, encargado de investigar un caso tan estremecedor como el de los bebés robados.


La autora construye una trama sólida y muy bien escrita, propia del mejor género noir, capaz de atrapar al lector desde las primeras páginas. La historia crece de forma constante, aumentando la intriga y el suspense hasta convertirse en una novela difícil de dejar de leer.


Además de entretener, Amada Carlota invita a la reflexión sobre una realidad dolorosa que no solo ocurrió en España, sino también en otros países como Argentina. El drama de los bebés robados refleja una de las caras más oscuras de una época marcada por la hipocresía moral y por quienes hicieron negocio aprovechándose del sufrimiento ajeno.


Quiero felicitar a Marta Robles por esta novela tan entretenida como necesaria, que además me ha permitido conocer más sobre un tema tan duro y estremecedor. Gracias por tu visita y hasta la próxima.


Autor: Francisco Morales







lunes, 9 de marzo de 2026

"Lágrima de sangre" de Javier Hernández Velázquez.

                                Lágrima de sangre

                                                             

                                                                Lo malo de la pintura abstracta 

                                                                es que hay que molestarse

                                                                en leer el título de los cuadros

                                                                                                              Óscar Pin

Una gota de sangre en la nieve.

«La esperanza pintada, y las bellas ideas perdidas nacían sumidas en tu ausencia», se dijo. Nada detuvo a Kandinsky en su viaje abstracto hacia el frío. Sus planes se mantenían en secreto, sus intenciones eran impenetrables. Ella había vislumbrado una marca en su dedo. Ahora él pretendía enseñarle la escena del delito. Se encomendaba a la hipertrofia de su memoria eidética para recordar cualquier indicio de lo que había visto u oído en aquellos días. Incluso, aunque lo hubiera percibido una sola vez, y de forma fugaz. En general, los recuerdos eran menos claros y detallados que las percepciones, pero a veces una imagen memorizada en su mente era extrañamente completa en cada detalle.

Sentía aún el calor, la textura, y el aroma impregnado en las sábanas. Reflexionó con angustia durante unos instantes y arrojó la brocha con amarga desesperanza contra el lienzo a medio acabar. Luego se desplomó sobre la butaca y se restregó la cara con pintura. Deslizó sus dedos por los rizos de su cabello. Y presionó con fuerza su sien. Era consciente de que a los cuadros inacabados les esperaba un futuro incierto. Una mujer innombrable, observó la helada oscuridad de la obra. Adivinó la vida enterrada, y el

rastro que escupía la mirada de cristal de su amado, quebrada por dos disparos de hielo, certeros y cegadores. La sangre, inexacta y circular, acariciaba las bellas facciones de su rostro, y derretía la nieve en su caída. Sus labios musitaron una plegaria. Deseó que el cielo derramara leche, y el viento borrará, con un pañuelo azul, las machas rojas.

Escuchó pisadas alejándose en el olvido, y la llamarada del grito de un recién nacido. La memoria blanca delató la huella del crimen: una gota de sangre incandescente en el lienzo. Aquel fenómeno lo acompañaba desde la niñez. En el colegio, con frecuencia, era capaz de reconstruir una imagen de forma tan completa que incluso podía llegar a deletrear una página entera escrita en un idioma desconocido que apenas había visto durante unos momentos.

Los que tenían memoria eidética, como él, eran capaces de rebobinar los datos de sus percepciones visuales mediante sus recuerdos, y proyectarlos sobre la pantalla de un lienzo. Descubrió en el extremo del cuadro una inscripción. Soñó con aquel Kandinsky envuelto en un plástico que devorarían sus celos. Una mujer innombrable volaba hacia un tiempo en dónde el eco olvidó su nombre.

Una gota de sangre en la nieve.

Autor: Javier Hernández Velázquez.

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