L’ARGINE Daniela Targa
Un giorno mi alzai più stanca del solito: avevo dormito poco e male, ero nervosa, non conoscendone il motivo. Forse perché la cagnolina dei vicini aveva abbaiato tutta la notte. Si dice che i cani non abbaino mai per nulla, ma quella mattina ebbi qualche dubbio. Quel dì la mia consueta camminata fu in solitaria: mia sorella era partita per Milano e sarebbe tornata soltanto il giorno dopo. Assaporai a pieni polmoni l’aria dell’alba di febbraio, pulita, fredda e tutto attorno regnavano il silenzio e le tenebre del riposo invernale. Mi diressi verso l’argine del grande fiume su cui erano solite passeggiare molte persone. Percorsi via della Torre, dove si stagliavano quattro maestosi pioppi, in quel momento spogliati dalle loro fronde, ma che concedevano la loro piacevole ombra nei giorni estivi a coloro che si sedevano nelle panchine sottostanti. La via prendeva il nome dal monumento vicino. La torre risaliva al 1200 ed era ciò che rimaneva di un castello estense che successivamente la famiglia Morosini di Venezia trasformò nella loro villa.
La torre se ne stava solitaria, debolmente illuminata alla sommità, lei sempre immobile sopravvisse all’intenso bombardamento del 20 aprile 1945.Quella mattina all’alba non passò nessuno e io pensai di intraprendere il mio solito itinerario sull’argine dell’Adige. Vicino alla torre fui colta da un brivido e mi girai di scatto spaventata, ma non vidi nessuno… “Ma che diavolo ho oggi?” mi chiesi ancor più nervosamente. Salii sull’argine e, nonostante il buio, rimasi ferma ad osservare la corrente e i vortici del fiume. Credo che questo possegga un’anima: scorre da millenni continuamente senza sosta, e chi vi è entrato più volte, non si è mai immerso nella stessa acqua; come per l’uomo che si alza tutti giorni, ogni giorno non è mai lo stesso. L’acqua scorre e sa già dove andare, senza bisogno di chiedere informazioni, senza sentire l’esigenza di cambiare corso, senza bisogno di preoccuparsi del proprio aspetto e del proprio stato d’animo, se è stata sporca o limpida, se è turbolenta o placida; non cambia neppure quando qualche anima in pena decide di farne uso per por fine alla propria esistenza. L’acqua accoglie tra le sue braccia, accompagna e silenziosamente comprende senza giudicare… l’acqua trasporta la storia delle genti che abitarono le sue rive, accolse vite spezzate dalla guerra ed è una presenza discreta, purificante e talvolta severa e punitiva.
Quella mattina il fiume faceva da specchio magicamente alla luna piena e io provai un senso di pace. All’improvviso mi percorse il corpo un altro brivido, ancora! Gridai stizzita. Istintivamente mi girai di scatto e con la coda dell’occhio vidi sparire dietro di me una presenza oscura, incerta, inquietante, minacciosa, che non si palesò …. In quel momento il mio respiro divenne corto e affannoso, sentii aumentare il battito del mio cuore, non riuscii a pensare lucidamente, percepii qualcosa di terribile e mi sentii in pericolo. Mi girai di scatto e angosciata iniziai a correre e a correre, tornavo sui miei passi percorsi prima correndo a più non posso, il mio riferimento fu la torre, oh sì la torre!
Lei, imponente, stabile da centinaia di anni, unica certezza inamovibile in quel momento di caos. Il sudore mi imperlò la fronte, mai corsi così tanto, mica ero stata un’atleta! Mica avevo fatto le olimpiadi! Mi parve di morire, il fiato diminuiva sempre più e le ginocchia stavano per cedere…il mio obbiettivo fu la torre, diventò un punto di riferimento, un faro per me, come un marinaio che lo scorgeva in lontananza durante tempesta, affrontava il pericolo anche se parte della sua mente prendeva in considerazione che avrebbe potuto anche morire…
Ma, percorrendo la curva dell’ansa fluviale, ricomparve quella presenza che avevo creduto, sbagliando, di avere seminato …
Mi assalirono mille dubbi, ma se avevo corso come una dannata com’era possibile che questa presenza potesse essere ancora qui? Io che superando i miei limiti credevo di aver rimosso le mie paure! Invece esse erano ancora con me? Chi era costei che mi inseguiva? Chi voleva malignamente spaventare a morte una donna che se ne andava tranquillamente a fare jogging? Qualcuno che voleva il telefonino, che voleva far del male? Un maniaco! Un ubriacone che non tornò mai alla propria dimora e se ne stava in giro dalla sera prima? Proprio quel giorno che ero da sola! Non ero mai da sola! ..... e corsi, corsi ancora più forte verso l’unica luce che vidi, verso la mia unica salvezza, la mia unica speranza.
La speranza, in quel momento fu la mia virtù e io sentii che nutriva il mio coraggio. Volli raggiungere la torre come se fosse un premio, un premio per la mia fatica, volevo porre fine alla mia angoscia come per un cristiano, che ha vissuto disonestamente e se ne pente, è attendere fiducioso la ricompensa eterna della luce divina. Si, io sperai di arrivare presto alla torre, lei con la sua concretezza e maestosità secolare mi avrebbe concesso un sicuro rifugio. Corsi come un’atleta verso il traguardo che utilizzava ogni atomo di ossigeno disponibile, altrimenti che scopo avrebbe avuto vivere se gettavo la spugna subito? Io perfettamente cosciente arrancai terrorizzata, angosciata, ma dovevo assolutamente raggiungere il mio obbiettivo finale, il mio telos. Pensai solo alla mia sopravvivenza e corsi…
Fu in quel momento che mi resi conto di sentire solo il mio respiro, solo i miei passi sulla ghiaia, nessun altro rumore di respiri o di passi altrui... Coscientemente ragionai: se fosse stata una persona non avrebbe potuto volare a meno che non fosse stata un fantasma, uno zombie uscito dal vicino cimitero, un licantropo, se fosse stato un cinghiale, un grosso cane randagio, pure lui non avrebbe potuto sicuramente volare. Ma cos’era? Se prima c’era stato, ora non c’era più. Un sogno? Un’incomprensibile allerta? Fu una situazione surreale e notai che il mio affanno era scomparso, e il mio battito quindi rallentò, i miei muscoli si rilassarono, scomparve lo stato adrenalinico di prima e camminavo sentendomi così leggera e liberata come non lo ero stata mai. In pochi minuti passai dalla paura intensa alla calma così in fretta che mi sentii disorientata.
Con una strana calma avanzai sul ghiaino, come sempre, godendomi la brezza su viso accaldato e spogliatami della giacca, cercai refrigerio dopo la fatica…e non mi sentii più sola. Davanti a me procedeva qualcuno. Qualcuno che mi concesse la sua compagnia, qualcuno che avanzò con il mio stesso passo regolare, e si palesò in quell’entità che pochi minuti prima, stava per farmi morire. Dietro di me uno stupendo plenilunio illuminava ciò che le tenebre di solito nascondono: mi apparve ciò che un’intera vita può tenere nascosto ma che si comprende con il tempo e allora capii.
La luna era lì imperiosa, mi guardava e anche se non brillava di luce propria, continuava a governare le maree, a rappresentare il culmine della femminilità, e mi apparì come un rischiarante mistero. Lei fredda e distante, mi evocò solitudine ma allo stesso tempo mi rese più consapevole...
Lei che prima aveva alimentato le mie paure, liberò il mio lato oscuro formato da insicurezze, poi, mi illuminò rassicurandomi e mi accompagnò nel cammino, disinteressata.
Proprio lei favorì quella presenza inquietante! Quell’entità che compare solo in presenza di qualcos’altro di superiore. Un’entità formata di nulla, senza una vita propria autentica, alla continua ricerca di un io omologato alla massa. È quell’entità che mi ha affaticato emotivamente con inesistenti pericoli e per causa sua sono stata in guardia, come un cavaliere con la propria spada sguainata.
Ciò che mi turbò così intensamente non fu un’entità esterna. Improvvisamente mi venne in mente una citazione di G. Faletti che diceva così “: cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere cos’è la vita.”
Ad un certo punto arrivai alla torre ….Mi fermai, e anche “lei” si fermò, muta, cieca, sorda.
Ma io non la vidi più come un pericolo, la vidi solo come una parte di me che non volevo guardare.
E arrivò il sole.
Autora: Daniela Targa
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